Affrontare il discorso sulla moda oggi è una questione metodologica che necessita di un approccio composito, in grado di pensarla per alterità e dislocamenti. Sia all’interno che all’esterno dell’ambito accademico stanno prendendo forma diverse ricerche che focalizzano l’attenzione sulla criticità dell’attuale scenario in cui: moda, consumo, cultura e comunicazione, inscindibili, determinano panorami in divenire.
I contributi raccolti rientrano nei cosiddetti Fashion Studies, studi sulla moda, che costituiscono un campo di ricerche multidisciplinare, che in un primo tempo si rifà alle scienze sociali, della storia del costume e dell’arte, poi sconfina nell’antropologia, nell’etnografia, nella filosofia, nella semiotica, nelle discipline della comunicazione, negli studi sui consumi, nella geografia, nei Gender Studies, e così via, allo scopo di mappare territori sempre più complessi. Tra gli antecedenti storici degli attuali studi sulla moda vanno inclusi: il saggio di Dick Hebdige, Subculture e i lavori dei Cultural Studies, che forniscono le basi per una riflessione allargata sul fenomeno, attestandone la portata. Prima di questo momento la moda entra nei discorsi degli intellettuali a partire dall’Ottocento, quindi imprescindibili diventano le riflessioni sull’abitare metropolitano: la flânerie, i mezzi di trasporto e comunicazione, che mutano significativamente il rapporto tra corpo, territorio, identità, ponendoli entro l’orizzonte di una progressiva virtualizzazione, intesa come possibilità di cambiamento e risignificazione.

Photo: Sunny Ng.

Pratiche che divengono, a partire dagli Anni Ottanta del Novecento, necessarie e quotidiane, non più solo per gruppi minoritari e sottoculture. Il mutamento della società, dell’economia, del lavoro e dei modi di essere insieme spinge a considerare la moda non più solo come un epifenomeno che si esprime al meglio nell’abbigliamento bensì come una cultura assai frammentata e differenziata tanto nelle modalità di rappresentazione quanto nei consumi. Di qui il tentativo di vederla con diverse paia di occhiali contemporaneamente (Wilson, in Segre Reinach Simona, La Moda. Un’introduzione, pag.66) – quelli dell’estetica, della teoria sociale, della politica – privilegiando visioni oblique che al di là di ogni determinismo si pongano come obbiettivo, non tanto la comprensione, quanto piuttosto la spiegazione, mai definitiva, del presente. Indagando i nuovi luoghi dello screening – tra cui: internet, mondi virtuali, newspaper, riviste di media, moda, musica, arte, architettura, design, costume, cultura, tecnologia; tv tematiche, pirata, di quartiere, fashion tv, così come le radio; mezzi di comunicazione dell’immigrazione e delle sottoculture; concept stores, luoghi del consumo, del turismo, del lifestyle; eventi, sfilate, backstage; agenzie di coolhunting, centri di ricerca; cinema, pubblicità, letteratura – dei fashionscapes internazionali, si possono redigere mappature in cui si evidenzino incroci, ibridazioni e sconfinamenti di culture, gusti e habitus in ambito globale e locale.

All’interno dei circuiti istituzionali del giornalismo di moda questa consapevolezza ha dato luogo a due interessanti rubriche: quella di Suzy Menkes sull’International Herald Tribune, e quella di alcuni della style editor Holly Brubach sul New York Times; nonché alla rivista, che si considera il primo vero e proprio luogo di discussione dei Fashion Studies, Fashion Theory fondata nel 1997 da Valerie Steele. A cui nel 2003 si è affiancata Textile. Se infatti la moda è quell’entità che prende forma negli interstizi, nella trasformazione della materia presignificante in struttura dotata di senso, occorre analizzare in modo nuovo i luoghi attraverso cui parla, tutti i suoi corpi: quelli delle teorie, delle idee, delle fantasie, quelli tragici, del consumo, dei consumatori, dell’arte, del rifiuto, tecnologici, diasporici, scientifici, mediatici, metropolitani, e connetterli insieme per svelare il farsi della sua architettura comunicativo-pubblicitaria e fluida, che è il modo d’essere del mondo contemporaneo. E non più solo di chi lo abita.

 

Saggio tratto da Extended Mind. Viaggio, comunicazione, moda, città, a cura di Carlotta Petracci, anno 2006.