Dopo il talk insieme a MC Bin Laden a MASH17 – New hybrid sounds and visions a Base Milano, abbiamo incontrato Simone Bertuzzi (Invernomuto) per approfondire il discorso sulle transculture del suono, che porta avanti col suo progetto di ricerca Palm Wine. 

V: Inquadriamo la questione del funk nelle favelas brasiliane, prestando particolare attenzione al baile funk. Una prospettiva storica sul fenomeno.

SB: Non posso affermare con certezza una data di nascita precisa del baile funk, perchè si tratta di fenomeni di ibridazione sonora che sono piuttosto fluidi. Va detto però che il funk carioca esiste in alcune favelas di Rio de Janeiro già a partire dagli Anni Ottanta, e che col tempo diventa un fenomeno piuttosto popolare. Nel funk carioca l’attenzione è posta principalmente sulla parte musicale, sulla produzione e di conseguenza sul ballo. Nel baile funk, invece, con tutte versioni che a partire dalla fine degli Anni Novanta si sono avvicendate fino ad oggi, l’attenzione si sposta sulla figura dell’MC, cioè del cantante. La scena in cui è cresciuto MC Bin Laden fa capo a San Paolo. In particolare, lui appartiene ad una sottocategoria: il funk proibidão, cioè la parte proibita, che ritroviamo anche a Rio de Janeiro.

V: Come e quando hai iniziato a interessarti al funk proibito?

SB: Come ho sottolineato nel talk di apertura di MASH17 con MC Bin Laden, la prima volta che ne ho sentito parlare è stato attraverso la compilation di Sublime Frequencies Proibidão C.V. – Forbidden Gang Funk from Rio de Janeiro. Si trattava di registrazioni di funk proibito realizzate durante le feste, a cui si sommavano suoni di armi da fuoco dell’ambiente reale: colpi di fucile, mitragliatrici, pistole. Il funk proibito è espressamente legato alla criminalità e alle gang, e i suoi testi parlano di droga, sesso e armi.

V: Analogamente al gangsta rap o con più attinenza alla società brasiliana?

SB: Nel caso di quella compilation c’era molto realismo. Nel caso di MC Bin Laden e dei suoi contemporanei si tratta di una messa in scena, esattamente come avviene in alcuni casi nel gangsta rap. L’immaginario di MC Bin Laden è una parodia sfacciata già a partire dal nome.

V: Qual è l’aspetto che ti affascina di questa sottocultura?

SB: Diciamo che – soprattutto come Palm Wine porto avanti questa ricerca – l’aspetto che mi interessa di più è lo spostamento dei suoni su scala globale e di conseguenza come un suono che viene prodotto in una favela di San Paolo venga riletto e possa viaggiare dall’altra parte del mondo. È un ragionamento che si può fare ovviamente da quando esiste internet, perchè rende possibili collaborazioni a distanza, tra un producer di Lagos e uno dei Caraibi, per esempio; oppure la nascita di generi musicali fortemente autoctoni che, appena vengono immessi in un sistema di rete, impazziscono. Viene meno il concetto di autenticità, insomma.

Palm Wine a OGR Soundsystem, 2018, Torino. Photo: Filippo Alfero/Getty Images.

V: Non esistono più le culture come insiemi solidi.

SB: Esatto. E aggiungo che, nel momento in cui i suoni iniziano a rimbalzare e trasformarsi, forse non è neppure più utile interrogarsi sulla loro origine.

V: Questo è esattamente il nucleo del mio discorso. Anche se al contrario io tendo a cercare sempre di ricostruire degli insiemi territoriali, che mi permettano di mettere ordine o delle formazioni discorsive che mi aiutino a definire dei punti fermi in questo immane processo in fieri. Il fatto, per esempio, che un producer come Diplo, molto attento alle sottoculture musicali – non necessariamente con un occhio rispettoso – abbia traghettato il funk carioca verso il mainstream attraverso M.I.A. mi permette di assegnare una bandierina e creare un nuovo sistema di datazione per tutto ciò che sta accadendo nella musica a livello globale. 

SB: Comprendo l’approccio, però bisogna considerare anche con quale sguardo e modalità ci si avvicina alle altre culture. Diplo è una figura abbastanza controversa.

V: Perchè è incline all’appropriazione?

SB: Il tema dell’appropriazione è sempre spinoso. Io credo che la differenza stia nell’approccio che viene utilizzato per attingere alle altre culture. Qualche tempo fa eravamo a Brussels come Invernomuto, per una conferenza tenuta da Paul Gilroy e lui a un certo punto ha fatto questa affermazione: “culture is there to be appropriated” (la cultura è lì per potersene appropriare). Io sono assolutamente d’accordo, anche se oggi è diventato, soprattutto nell’ambito della critica d’arte, un tema pressante. È molto facile fare un passo leggermente sbagliato e venire tacciati di appropriazione culturale. In realtà ibridazione e contaminazione hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo e dei popoli. Nella musica a maggior ragione perchè è un ambito e un bene immateriale. Quindi a me non spaventa il discorso sull’appropriazione. Il caso di Diplo è più articolato perchè coinvolge la sfera economica, con una forte disuguaglianza, e perchè centrifuga ed esaurisce il valore delle culture. Non fa mai un ragionamento costruttivo. È consumismo e capitalismo puro. È un producer incredibile ma le sue operazioni sono così rapide che lasciano terra bruciata laddove prima c’era una dimensione viva.

Palm Wine. Photo: Taliesin Gilkes-Bower.

V: Però dà a queste scene la possibilità di avere una maggiore visibilità mediatica.

SB: Sì e no, perchè riguarda una rosa di artisti molto limitata, a cui lui conferisce un endorsement, e perchè non fa un lavoro di preparazione sul campo e di apertura.

V: Non tiene conto degli aspetti socio-antropologici, insomma.

SB: Esattamente. Secondo me avvicinarsi ad un’altra cultura instaurando un dialogo, “appropriandosene” in maniera aperta, dando il giusto peso alle parti e il tempo di digerire il processo è una dinamica più sensata rispetto al consumo rapido e irrispettoso.

V: Attingere a delle sonorità veicolate da Youtube, prescindendo dalla relazione territoriale, non è un processo che non tiene ugualmente conto degli aspetti socio-antropologici?

SB: Certamente, ma il problema non è “rubare” dei suoni che vengono immessi in un sistema di comunicazione globale, dipende dal tipo di operazione decidi di attivare. Se la logica è quella dello sfruttamento commerciale allora a me non interessa, perchè non rientra in una dinamica culturale. Il tipo di ragionamento è esattamente quello di un magazine generalista che sceglie di parlare di funk proibito nel momento in cui il fenomeno è all’apice della sua notorietà. Non se ne occupa per una necessità di approfondimento come potrebbe fare una rivista specializzata ma semplicemente perchè in quel momento bisogna parlarne, essendo un trend o una moda.

V: Parlami invece del tipo di lavoro che fai con Palm Wine.

SB: Palm Wine nasce dall’eredità di un percorso di studi ai tempi dell’Accademia di Belle Arti, si trattava della tesi del biennio di specializzazione, intitolata Transculture del suono. Era divisa in tre grossi capitoli che analizzavano diverse tipologie di movimento dei suoni: il primo era dall’Ovest all’Est dell’Occidente, il secondo esattamente il contrario e il terzo era dedicato all’Atlantico Nero. Dopo la tesi ho sentito l’esigenza di continuare ad approfondire quelle tematiche, così ho aperto un blog, dove inizialmente scrivevo saggi solamente io, poi ho iniziato a coinvolgere anche altre persone. Successivamente ho affiancato alla ricerca sonora, la pratica: cioè ho cominciato a suonarli come dj. Ho fatto alcune serate a Torino, chiamate Bunker Sonidero, e altri progetti, come OPEN insieme ad Andrea Lissoni, con il supporto di Zero magazine e Vodafone, in cui abbiamo curato musica, arti visive, talk, live e proiezioni. È durato una ventina di giorni, d’estate, nel parco della Triennale.

Da sinistra: Jim C. Nedd e Simone Bertuzzi.

V: Su quali scene ti sei concentrato di recente?

SB: Da poco ho realizzato un progetto con Jim C. Nedd dei Primitive Art sulla Colombia, che si è trasformato in una compilation uscita su Honest Jon’s che è un’etichetta inglese. Il progetto s’intitola Guarapo!, un genere di musica elettronica di Baranquilla, nel nord della Colombia. Jim è originario di quel luogo e alcuni anni fa vi ci siamo recati per fare un documentario, uscito poi con la firma anche di Invernomuto, sulla tradizione dei soundsystem di Baranquilla e Cartagena. Mentre eravamo là abbiamo approfondito il discorso musicale locale. In Guarapo! ci sono pezzi musicali brevissimi, un minuto o un minuto e mezzo al massimo, di giovanissimi producer che hanno tra i diciotto e i ventidue anni, che campionano incessantemente musica che proviene dalla parte Ovest dell’Africa degli Anni Settanta. La struttura è molto interessante perchè tengono solo la parte iniziale del brano, quindi il riff di chitarra o la voce, a cui agganciano un loop di drum machine in ¾ piuttosto strano da un punto di vista sonoro. Si tratta di una risposta alla musica dei loro Padri, perchè a Baranquilla c’è una presenza africana molto forte da diverse generazioni. In realtà non è chiaro quale sia l’origine di questa “africanità” del passato, perchè Cartagena, essendo stata uno dei principali porti del territorio, si è trovata a smistare una grandissima quantità di materiale sonoro sotto forma di dischi, a cui venivano cancellate le label d’origine e rinominati. Per cui non si conosce esattamente la provenienza di quel materiale. Guarapo! rimane comunque una risposta a questo dialogo col passato e all’ossessione diffusa in tutto il Nord della Colombia per la musica africana degli Anni Settanta. Al suo interno ci sono molte componenti che si intrecciano, storiche e sociali, oltre a quella musicale. Il radicamento territoriale è molto forte, il fenomeno è specifico di quel luogo, per cui si tratta di un discorso diverso rispetto a quello che facevamo prima su come viaggiano i suoi attraverso la Rete.

V: Era dove volevo arrivare. Per quanto siano categorie un po’ datate, globale e locale, possono ancora funzionare per fare delle distinzioni tra fenomeni culturali. In questo caso ne abbiamo uno esclusivamente locale. Trovo che il lavoro di ricerca sia più inaspettato, e torni a dialogare col concetto di “fare campo” dell’etnografia e dell’antropologia.

SB: Sono d’accordo, però si tratta di due discorsi interessanti proprio per la loro diversità, perchè focalizzano l’attenzione su due aspetti delle transculture del suono. L’aspetto rilevante della musica che fa MC Bin Laden è che ha un altissimo potenziale pop, quindi la metti online e diventa subito globale, riuscendo a parlare anche a un pubblico che non ha familiarità con quelle sonorità. Guarapo! invece presenta uno scenario molto sperimentale. Io e Jim abbiamo fatto due dj set con quei pezzi, uno all’Unsound a Cracovia e l’altro a Club To Club, e da parte del pubblico il risultato è stato il medesimo: era difficile capire come muovere il corpo, la meccanica a cui siamo abituati non armonizza con quei ritmi, mentre invece l’energia sonora di Bin Laden arriva con immediatezza.

Guarapo! cover. Palm Wine e Jim C. Nedd.

V: Cosa pensi invece del personaggio di MC Bin Laden? Perchè è riuscito farsi conoscere meglio di altri?

SB: Credo che abbia lavorato molto bene sul progetto di comunicazione. Prima di tutto il nome, lo stile e il tono dei videoclip. Ha creato una modalità di auto-rappresentazione che si presta a diventare facilmente virale. Si è costruito un personaggio che pur dialogando con la musica (anche se bisogna dire che ci sono producer e MC altrettanto bravi che però non sono conosciuti fuori dal Brasile e da San Paolo) è riuscito a farla sconfinare.

V: Politica e immaginario proibito. Come vedi questa relazione?

SB: Lo sguardo occidentale sull’America Latina è stereotipato. Basti pensare all’immaginario solare e positivo che da sempre connota la Jamaica e il Brasile. Il funk brasiliano invece è un tipo di musica che nasce in situazioni di conflitto, dove le condizioni di vita sono sotto la soglia della povertà. Lo spazio sociale, prevalentemente legato al ballo, che si crea all’interno di questi contesti ne riflette la criticità. In una dancehall o ad un party in una favela ti puoi facilmente trovare di fronte a un regolamento di conti. Questo non significa che i testi debbano per forza parlare di spaccio e criminalità, ma è evidente che per osmosi questi aspetti si riflettano nella musica. Per cui non parlerei di un punto di vista strettamente politico riguardo al funk proibito, quanto piuttosto di una rappresentazione, attraverso la musica, di un parte della società brasiliana.

V: Che rapporto c’è tra il baile funk e il gangsta rap?

SB: Penso semplicemente che la mitologia americana, diffusa nei paesi latini, li porti ad ascoltare moltissima musica rap e a subirne le influenze.

 

 

V: Nuovi progetti all’orizzonte per Palm Wine?

SB: Il blog da quest’anno è diventato un sito, dove pubblico un saggio ogni due-tre mesi, che non scrivo più solo io. Anzi la maggior parte sono su commissione. Non si parla esclusivamente di musica, anche se il taglio rimane lo stesso. Il primo contenuto è un cut-up di un saggio sull’esotismo dei primi del Novecento, corredato da immagini e video. L’obiettivo è rileggerlo, senza commentarlo, a un secolo di distanza. C’è poi il contributo di un artista romano, Michele Manfellotto, che ha fatto un lavoro sempre di cut-up a partire da due romanzi italiani che risalgono più o meno al periodo coloniale, trasformandoli quasi in due testi di fantascienza. L’ultimo saggio pubblicato è quello di Nora Khan, che è una critica d’arte, estremamente personale, perchè lei è di origini pakistane ma ha vissuto negli Stati Uniti. Il contributo che pubblicherò a breve è un programma radio, di Chief Boima, che è un producer americano originario della Sierra Leone, che ha passato diverso tempo nel Nord della Colombia, cercando di contestualizzare il genere musicale di Guarapo! all’interno della tradizione musicale colombiana. L’idea quindi è di pubblicare cinque-sei contributi all’anno, molto lunghi, approfondendo dei fenomeni che fanno parte della contemporaneità ma che sono poco conosciuti.

 

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