La tecnologia oggi è virale, contagiosa, fa parte della nostra esistenza. Eppure gli scontri non sono finiti. La seduzione e la diffidenza nei confronti delle macchine ha solo cambiato forma. L’uomo e la macchina. L’uomo contro la macchina.

È una teoria della collisione leggera quella che viene illustrata in Soft Crash, la mostra a cura di Xiaoyu Weng, vincitrice della VIII edizione del Premio Lorenzo Bonaldi per l’Arte, alla GAMeC di Bergamo. Un omaggio dichiarato al genio di J.G. Ballard e ai suoi due romanzi più radicali: La mostra delle atrocità (1970) e Crash (1973), che racconta della trasformazione del nostro rapporto con le tecnologie. Che cosa è cambiato oggi rispetto a quarant’anni fa?

Tsang Kin-Wah The Third Seal – They Are Already Old. They Don’t Need To Exist Anymore, 2009 – Courtesy l’artista e Pékin Fine Arts, Beijing
Tsang Kin-Wah, The Third Seal – They Are Already Old. They Don’t Need To Exist Anymore, 2009. (Courtesy l’artista e Pékin Fine Arts, Beijing).

Per comprendere il significato di questa domanda, bisogna risalire alla Crashed Cars exhibition del 1970 al New Arts Laboratory di Camden Town a Londra, che ebbe come protagonista lo stesso Ballard. In un periodo di grande sperimentazione multimediale il debutto artistico dello scrittore e saggista inglese associato alla New Wave delle letteratura fantascientifica internazionale, fu estremamente provocatorio. La mostra presentava tre automobili semidistrutte, dalla forte valenza simbolica: una Pontiac, una Austin Cambridge A60 e una Mini. Un’attrice in topless intervistava i visitatori in diretta su dei monitor CCTV, quelli comunemente utilizzati nei sistemi di video sorveglianza. Le reazioni del pubblico furono feroci, dalle aggressioni vandalistiche alle automobili a quelle sessuali nei confronti dell’intervistatrice, rendendo manifesta la relazione tra sesso e paranoia, perversione e tecnologia. Come l’automobile aveva incarnato il mito moderno della velocità, del desiderio e dell’aggressività, lo scontro automobilisco in Ballard rappresentava la liberazione dell’energia sessuale e contemporaneamente un sinistro presagio del potere seduttivo delle macchine. Riprendendo in mano la postfazione di Crash leggiamo: «Il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il ventesimo secolo ha generato un mondo sempre più ambiguo. Il paesaggio delle comunicazioni è attraversato dagli spettri di sinistre tecnologie e dai sogni che il denaro può comprare. Sistemi d’armi termonucleari e pubblicità televisive di bibite coesistono in un mondo sovrailluminato che ubbidisce alla pubblicità e agli pseudo eventi, alla scienza e alla pornografia. Alle nostre vite presiedono i due grandi leitmotiv gemelli del ventesimo secolo: sesso e paranoia. Nè la soddisfazione di Marshall McLuhan per i mosaici informativi ad alta velocità può farci dimenticare il profondo pessimismo espresso da Sigmund Freud in Il disagio della civiltà. Voyerismo, disgusto di sé, la base infantile dei nostri sogni e dei nostri desideri – questi mali della psiche sono ora culminati nella perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento».

Diana Thater, Untitled (Butterfly, Videowall 2), 2008.

E mentre Crash si configura come un romanzo squisitamente pornografico e cataclismatico che descrive un mondo deprivato dell’emozione, una «metafora estrema per una situazione estrema (…) una metafora totale della vita dell’uomo nella società moderna», dove l’automobile diventa il simbolo e il teatro dell’unione sessuale, dell’ossessione perversa per le celebrità create dai media, di cui si immagina e si mette in scena la morte, nella speranza di uno scontro fatale capace di provocare il massimo del piacere, toccando il punto più alto della satira nera ballardiana in questa insolita comunione di sesso, violenza e automobile, la letteratura fantascientifica è stracolma di uomini che si uniscono sessualmente con le loro macchine, dalle sembianze di Veneri di carne e cibernetica, continuando a rappresentare la complessità di questo incontro-scontro, in cui al sangue si sostituiscono la simulazione e la dissimulazione, alla morte del corpo subentra la risurrezione tecnologica dell’immagine e dove all’estetica della sparizione di Crashed Cars si fanno largo il desiderio e l’impossibilità di un occultamento reale dell’identità, messa programmaticamente sotto controllo.

Fabien Giraud & Raphaël Siboni, The Unmanned – 1997 – The Brute Force, 2014 Still da video
Fabien Giraud & Raphaël Siboni, The Unmanned – 1997 – The Brute Force, 2014. Still da video.

Il paradigma e la modalità con cui la tecnologia si dissemina nel quotidiano sono diventati soft. Nella mostra curata da Xiaoyu Weng al posto di brusche collisioni e metafore estreme per riflettere sul rapporto tra uomo, macchina e società, ci viene presentato un panorama contagioso e virale. Quarant’anni fa, la connotazione politica e l’efficacia della critica ballardiana, ossia di un autore che si è sempre situato all’intersezione tra erotismo, fascinazione per la tecnica e crudeltà paesaggistica post-olocausto, si innestavano sulla scelta della forma narrativa pornografica, per mettere in guardia dall’ottimismo, dall’ingenuità e dal richiamo diffuso al principio del piacere, provenienti da un mondo sottoposto agli imperativi della pubblicità e della scienza. Oggi invece in che modo il concetto di atrocità può tornare a scuotere la nostra esistenza? In Soft Crash la violenza cambia forma, anziché distruggere, diventa parte della nostra vita. La morte si trasforma in iperrealtà in Untitled (Butterfly Videowall #2) di Diana Thater, lo scontro tra uomo e macchina viene risolto con una partita a scacchi, che rivela in The Brute Force (2014) di Fabien Giraud & Raphaël Siboni, esattamente come nel film Ex-Machina di Alex Garland, una sorprendente umanizzazione delle macchine, la loro capacità di incorporare le emozioni, evolvendo in un’intelligenza che può superare quella umana.

 

Articolo pubblicato su Espoarte.

Soft Crash
a cura di Xiaoyu Weng
27 maggio – 24 luglio 2016
gamec.it