Corsi d’acqua ghiacciati, cieli pesca e viola, edifici dall’esotismo disneyano. A fine febbraio abbiamo percorso le strade di Mosca, diretti alla GES-2, la ex centrale elettrica che ha ospitato il Geometry Of Now, il festival curato da Mark Fell e promosso dalla V-A-C Foundation. Nato per riflettere sulla lunga storia di sperimentazione sonora e tradizione elettronica russe, si è imposto come una voce fuori dal coro rispetto ad altre manifestazioni, concretizzando la convergenza tra musica popolare e accademica. Live, installazioni sonore, talk e un angolo dedicato alla lettura di saggi filosofici, sulla musica e sull’arte, sono state le sue proposte culturali, accompagnate da un’atmosfera molto intima che ha coinvolto e avvicinato artisti e pubblico. Ecco l’intervista al suo curatore.

V: Mosca, un luogo reale e immaginario, idealmente legato all’Europa, ma allo stesso tempo profondamente differente. Da un punto di vista geopolitico scegliere questa città per un Festival dedicato all’esplorazione sonora e musicale, credo sia stato impegnativo ma anche stimolante. Un modo per interrogarne il futuro. Che cosa ne pensi?

MF: Il futuro della città è un discorso piuttosto articolato, che non può essere affrontato con uno sguardo rigorosamente esterno. Io sono stato invitato a curare il Festival e per me la sfida sono stati i contenuti: realizzare un evento che fosse complesso e insolito, senza scendere a compromessi con il bisogno di essere popolare o facilmente accessibile. La parte più impegnativa, nel creare la costellazione delle proposte musicali, è stata capire come renderlo ugualmente attrattivo. Ho scelto di concentrarmi sugli aspetti esperienziali del suono, sulla sua capacità di instaurare una connessione profonda senza la mediazione teorica necessaria alla comprensione.

V: La GES-2, la location del Festival, che precedentemente era un’imponente centrale elettrica all’interno del contesto urbano, in questa sua fase di ridefinizione postindustriale, che si concluderà con la riqualificazione voluta dalla V-A-C Foundation e con la sua destinazione a polo culturale e delle arti, rappresenta un interessante esempio di dialogo tra presente, passato e futuro. Quale relazione intravedi tra suono e architettura, alla luce anche della disposizione al suo interno, delle attività e delle proposte, tra esibizioni, talk e performance, che hai immaginato?

MF: Si tratta di uno spazio fisico, storico ed estetico. Tutti i contenuti, soprattutto le mostre e le installazioni, dialogano con questi tre aspetti. La perfomance di apertura di Stephen O’Malley è stata paradigmatica, perchè l’enorme sound system che diffondeva il suono, irradiava un’energia così potente e pervasiva, che lo ha riportato, attraverso una relazione immaginifica, alla sua destinazione originaria, in una nuova forma.

V: Da diverso tempo porti avanti una riflessione sulla convergenza tra musica popolare ed accademica, sottraendo questa distinzione a qualsiasi pretesa gerarchica. Possiamo partire da qui per interpretare il tuo taglio curatoriale? In che modo Geometry Of Now, prende le distanze da altri Festival europei?

MF: Ho sempre pensato che alla tradizionale separazione tra musica popolare ed accademica non corrispondesse un giudizio di valore che opponesse serietà ed accessibilità. Ho cercato di lavorare al confine di questa distinzione, per renderlo più poroso. Il Festival mi ha permesso di concretizzare ulteriormente le mie idee, perchè ho avuto a disposizione le risorse per approfondire questa relazione. Facendo un esempio: Eliane Radigue e Lee “Scratch” Perry sono molto differenti ma sono entrambi dei pionieri. A me interessava rendere più manifesto questo tipo di incontro, perchè alla base del Festival c’è una posizione ideologica più che un discorso sull’identità: far conoscere al pubblico il lavoro di musicisti incredibilmente importanti, indipendentemente dalla loro notorietà.

V: Perchè hai scelto di chiamarlo Geometry Of Now? Che significato e che importanza hanno le parole Geometry e Now?

MF: Parlo di geometria da due angolazioni: la prima, riguarda il fatto che la musica per me è una disciplina geometrica, che implica una relazione; la seconda, è inerente allo spazio in cui ci troviamo. Esiste una forma, in questo luogo, che definisce l’esperienza che stiamo vivendo nel presente. Un momento di transizione per questa architettura, tra il suo passato industriale e il suo futuro culturale.

V: All’interno della line up ci sono artisti che si fanno esplicitamente portatori di forti istanze sociopolitiche. Penso a Terre Thaemlitz in relazione alle riflessioni sull’identità di genere. Che tipo di approccio hai alla musica: più filosofico, ideologico, politico, sociologico?

MF: Dietro al Festival non c’è un unico concept, perchè considero tutte queste tematiche parte integrante del mio modo di guardare alla musica. Sono abituato a frequentare mostre ed eventi, che si fondano sulla presenza di un’idea molto forte, però mi piace pensare che possa essere lo spazio e la modalità attraverso cui le persone vi entrano in relazione a far emergere la coerenza. È un principio di maggiore apertura,
che asseconda la libera interpretazione e fruizione.

V: Musica e contesti culturali. Che relazione hai con le musiche non occidentali? Trovi interessante l’idea di introdurle maggiormente in Europa? Magari in una prossima edizione del Festival?

MF: Mi interessano molto le musiche che si sono sviluppate al di fuori del contesto europeo, soprattutto quelle tradizionali, folk, come la classica indiana. Naturalmente non sono un esperto, ma cerco di mantenere questo atteggiamento esplorativo, perchè credo che porti ad un’acquisizione più genuina, non mediata dalle interpretazioni teoriche. Per quanto riguarda il Festival non penso che questa proposta sarebbe stata appropriata per una prima edizione, dove abbiamo cercato di includere il meglio della musica dal nostro punto di vista, con la finalità di generare entusiasmo, nonostante le scelte inconsuete.

V: I musicisti spesso hanno un rapporto con la tecnologia molto stretto, che motiva la loro fascinazione. E la consapevolezza che si tratti di strumenti per scoprire ed esprimere idee, immaginari ed emozioni. Che cosa ne pensi?

MF: Occorre ripensare che cosa la tecnologia rappresenti per l’Uomo. Il nostro modo di intenderla è troppo condizionato da un sistema di valori storicizzato, che impedisce un avvicinamento più libero. Usiamo e ci relazioniamo alla tecnologia nel modo in cui la percepiamo mentalmente. Io mi muovo in una direzione opposta, voglio sottrarre la tecnologia al suo status di device passivo. Le idee si sviluppano nel processo, la tecnologia non è semplicemente un oggetto finito da usare, possono emergere risposte più interessanti a partire da come vengono messe in connessione le sue parti.

V: Alcuni giorni fa stavo scorrendo il profilo Instagram di Hans-Ulrich Obrist e ho letto un aforisma di Brian Eno che mi ha fatto riflettere, diceva: “Science discovers. Art digests”. Come ti poni di fronte a questa affermazione?

MF: Ritengo che questa rigida categorizzazione faccia parte di una logica tribale, che tende a dividere più che unire. All’interno di ogni cultura esistono dei modelli, che influenzano l’esperienza che facciamo del mondo e delle relazioni, ma non hanno un valore interpretativo universale. Un’affermazione del genere va relativizzata, in funzione della cultura di appartenenza e del momento storico. Probabilmente un aborigeno dell’Australia esprimerebbe un punto di vista differente. Il mondo è costituito da una commistione di credenze e filosofie, che sono piuttosto opache. In Messico, per esempio, la religione cattolica incontra questa sorta di magia nera, che la rende inaspettata. Analogamente succede in Occidente, solo che è più difficile comprenderlo, perchè la nostra cultura la guardiamo dall’interno. Parlare di scienza e tecnologia non ha un significato oggettivo. È come chiedere a un biologo marino di parlare dei pesci. Per lui quell’espressione non significa nulla, è una categoria di senso così generale che non rientra nel suo universo di studio e conoscitivo.

 

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