Ci sono film che come i colori rimangono negli occhi. Basta chiuderli per passare da un tutto indistinto blu: jeans, petrolio, carta da zucchero, all’esperienza virtuale dell’emersione delle forme, che si stagliano mute nella mente, grazie a un cono di luce. Eccolo il cinema! Quel ritaglio rettangolare, memoria di uno schermo, anzi, ancor prima: di una fotografia. Ma la folgorazione avviene se ci sposta dietro, solo in quel nonluogo intuiamo la magia cinefila della proiezione. Quell’immagine inesistente, pulviscolo luminescente, che dall’altra parte è narrazione in movimento. È strano pensare che ancora oggi qualcuno riesca a emozionarci così, in un tempo di scrolling infinito, dove le immagini hanno perso il potere di colpire, significare, provocare turbamenti duraturi. Ancor prima di loro in realtà è quell’azione di accendere, accompagnata da un suono inconfondibile, a parlarci di un amore dimenticato: il Cinema, dove anche un secondo è vitale, perché è sufficiente per condensare il valore profondo di un legame. 

One Second, Zhang Yimou.

One second, non a caso è questo il titolo del film di Zhang Yimou, presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma e che, per alterne vicende, si dice dovute alla censura, venne cancellato dalla Berlinale del 2019. Un ritorno alle origini per il noto regista cinese, dopo aver intrapreso la strada dei blockbuster carichi di effetti digitali? I romantici forse preferiscono interpretare in questo modo un’opera che appare una lettera d’amore al cinema, alla pellicola prima di tutto, a quelle imperfezioni visive che abbiamo chiuso nel cassetto dei ricordi, abbracciando senza esitazione la contemporaneità e la sua versione del futuro. La verità però è un’altra: l’illusione, dai tempi di Georges Méliès, è una componente essenziale di questa forma d’arte tanto quanto la realtà, e non c’è conflitto nel voler percorrere entrambe le strade, nel desiderio di raccontare storie molto distanti tra loro, ma ugualmente capaci di coinvolgere un ampio e variegato pubblico. Certo è che tornare alla Rivoluzione Culturale e al cinema di propaganda, significa recuperare una parte importante della sua Storia. Al centro della vicenda c’è una pizza, ovvero un rullo di pellicola, conteso da due personaggi chapliniani, che non risparmiano gag e fughe rocambolesche: un evaso e un’orfana, di nome Liu. 

One Second, Zhang Yimou.

Il loro incontro non è casuale, ad entrambi manca qualcuno: una figlia, un padre; per entrambi quel rullo è la soluzione di un problema: ricongiungersi con la figlia attraverso un frammento (di un solo secondo) di cinegiornale che viene proiettato in testa al film Heroic Sons and Daughters di Wu Zhaodi; utilizzare la pellicola per confezionare una lampada che ponga fine al bullismo subito dal fratellino e Liu stessa. A completare la triade c’è Mr. Film, che incarna una sorta di Deus Ex Machina ma anche il mito del proiezionista. Sarà lui a orchestrare le operazioni di ripulitura della pellicola, rovinatasi durante gli innumerevoli passaggi di mano in viaggio, che sono al centro di alcune delle scene più coinvolgenti del film (abbiamo ancora negli occhi quei rigagnoli di acqua che scrostano la sabbia), e ad inventare quella proiezione in loop che consentirà ad un padre allontanato dalla figlia, per un affare di poco conto, e poi ripudiato, di reincontrarla sullo schermo. C’è poi a sua volta un fotogramma indimenticabile: un ritaglio di pellicola smarrito nel deserto. 

 

Festa del Cinema di Roma