Il vitalismo comunicativo nel quale siamo immersi quotidianamente influisce in maniera profonda nel governo simbolico del territorio, liberandolo dal regime di significazione precedente e strutturando uno spazio complesso in continuo rifacimento caratterizzato da percorribilità, espansione, connettività e policentrismo. I confini da generatori di senso si trasformano in spazi del cammino, frontiere attraverso le quali si incrociano ignorandosi migliaia di itinerari individuali, ognuno con il proprio corredo di immagini e rappresentazioni. Attraverso il piccolo schermo, mondi lontani e separati divengono improvvisamente familiari, producendo universi simbolici che generano riconoscimento (Augè Marc, Nonluoghi, pag.34), in relazione ai quali il sentimento di appartenenza si declina al plurale. I legami con i luoghi allora possono essere sostituiti da relazioni di “vicinia” mediate dalla tecnologia. Sempre più nomadi ci spostiamo in uno spazio a sua volta nomade, strutturato a partire da continui trasferimenti di popolazione e di significati; caratterizzato da concentrazioni urbane ad alta densità, configurazioni architettoniche che sorgono veloci nel paesaggio e dalla moltiplicazione di infrastrutture per la viabilità.

Halong Bay. Photo: Sam Wermut.

Il paesaggio si decostruisce, mutano il senso, le dimensioni dei luoghi e le motivazioni che spingono all’aggregazione. Nuove affettività, nuovi modi di abitare, lavorare e essere insieme, ristrutturano continuamente l’esperienza del quotidiano. Partecipazioni leggere ed effimere ad una soggettività collettiva sostituiscono l’ancoraggio individuale, fornito dall’ordine sociale, con una socialità che si consuma nell’euforia del cambiamento di costume. I luoghi costretti a misurarsi con le continue configurazioni istantanee degli attori sociali, si offrono come spazi della pausa, di immersione nell’oralità, di comunicazione segreta e mediata da immagini e proliferazione di testi, in relazione ai quali la dimensione partecipativa al gruppo si ricostruisce intorno alla condivisione del “mito”. Marc Augè distingue il termine spazio da quello di luogo; identificando con lo spazio “la pratica dei luoghi che definisce specificatamente il viaggio”, in cui il riconoscimento più che la conoscenza effettiva determina il rapporto tra lo spettatore e il suo intorno, inteso più come oggetto di osservazione che di relazione (Augè Marc, Nonluoghi, pagg. 80-81). Si tratta di pensare in termini di “nascita di identità altre, di nuove forme di localizzazione e di comunità, non più solo in senso storico, di appartenenza e possibilità di identificazione, ma anche in senso visivo, formale” (Fiorani Eleonora, La Nuova Condizione di Vita, pag.113).

Photo: Wang John.

Se come sostiene Vincenzo Guarrasi: “il luogo è un evento. Il luogo è qualcosa che accade quando due soggetti umani si incontrano” (Guarrasi Vincenzo, in Bonora Paola, Comcities, pag.100) allora esso può iscriversi nello spazio in maniera permanente o effimera, pur rimanendo principio di senso per coloro che lo abitano e di intelligibilità per colui che l’osserva (Augè Marc, Nonluoghi, pag.51). D’altra parte come riferisce Susanne Langer “le civiltà nomadiche, o un fenomeno culturale come la vita di mare, non si inscrivono in un luogo fisso della terra. Ma una nave, che muta continuamente posizione, è nondimeno un posto autosufficiente, come lo è un accampamento di zingari, di indiani, o quello di un circo, per quanto spesso cambi la sua posizione geodetica. Diciamo letteralmente che l’accampamento è in un luogo; ma culturalmente è un luogo” (Langer Susanne, in Leed Eric J., La Mente del Viaggiatore, pag.29). Dipendendo da relazioni culturali e interazioni comunicative che coinvolgono soggetti mobili, il luogo richiede la messa in opera di riti di passaggio, appartenenza e di iscrizione nella località, che rinviano ad un’idea di comunità che si forma intorno alla condivisione di un medesimo “destino”, per quanto effimera possa essere la sua trascrizione spaziale.

 

Saggio tratto da Extended Mind. Viaggio, comunicazione, moda, città, a cura di Carlotta Petracci, anno 2006.