L’abitare in movimento delle diaspore, dei movimenti transnazionali, del turismo e dei mediascapes comporta una confusione delle coordinate su cui si è eretta la modernità. L’inclinazione a conservare o a inventare il passato, ricrearlo, ibridarlo con elementi del futuro è riconducibile a quel processo di smistamento di significanti e significati che riguarda l’incrocio e la sovrapposizione di flussi che sui corpi come nei luoghi generano prospettive paesaggistiche dell’ordine del possibile. E che mettono a confronto, combinano e fanno sconfinare differenti forme di territorializzazione e modalità organizzative dello spazio, aprendo a nuove forme di progettazione delle risorse e di rappresentazione dell’azione dell’uomo. Il turismo senza dubbio entro questo orizzonte si colloca come un fenomeno in grado di armare i territori di nuove pulsioni e promuovere ordinamenti alternativi, smaccatamente eterocentrati, ma talvolta vicini alle istanze di chiusura dei nativi e dei loro leader etnici. Che di fronte ai repentini e complessi cambiamenti che interessano l’attualità, e con essi l’identità, si ritrovano a promuovere il congelamento identitario tanto quanto il conflitto con la modernità.

Queens, United States. Photo: Josh Appel.

Strategia politica di cui sono un esempio gli attacchi alle località turistiche e ai simboli del potere euro-occidentale, come le prevaricazioni dei leader nei confronti delle loro popolazioni, in relazione ai legami che coinvolgono centri di potere, interessano lo spostamento di armi, capitali e risorse tra paesi e differenti parti del pianeta. Nel mondo in crisi in cui viviamo gli ordini vengono decostruiti e ridisegnati continuamente, di fronte alla caduta di vecchi miti – tecnologia, produzione, benessere generalizzato – e la spinta verso nuove forme di immaginazione e interessi che fanno convergere e divergere vicino, lontano, locale, globale e transnazionale, determinando nuove geografie, poteri e costruzioni del senso. Per questo motivo, come osserva McCannel (Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.126), il fenomeno della ricostruzione e della valorizzazione etnica, operata dal turismo, appare come il risultato di quella geografia reticolare e a strati sovrapposti che si struttura in funzione del bisogno di sperimentare l’alterità solo ed esclusivamente secondo i canoni cui la società contemporanea è adusa: nei termini di una complessa messa in scena dell’immaginario collettivo multimediale e delle strutture di potere che lo presiedono e presidiano.

Queens, United States. Photo: Josh Appel.

Il continuo trasferimento di significanti e significati dalla realtà alle immagini e dalle immagini alla realtà, nelle ri-localizzazioni e ri-progettazioni ambientali, ci abitua ad uno stato costante di simulazione che determina svuotamento della memoria referenziale dei luoghi e produzione di senso effimera; diffusione di iperrealismo, pastiche e carnacialesco; trasformazione di comunità vive in entità museificate e nuove alterità con cui dialogare. È il caso della cittadella californiana di Locke che abitata da un’ampia comunità cinese e acquistata in blocco da una società di Hong Kong, con lo scopo di preservarla e valorizzarla come “the only intact Chinatown in the US”, in virtù del suo eccesso di sinizzazione (McCannel, in Minca Claudio, Spazi Effimeri, pag.129) diviene forma culturale “autentica” dell’oggi e nuovo referente da esplorare; delle neo-avanguardie nipponiche, che ridisegnano l’immagine seduttiva del giappone e fanno coincidere la fine dell’ideale di modernizzazione americana con i nuovi volti di una postmodernità ironica, infantile e ipertecnologica e dialogano col mondo della moda e della musica tagliando trasversalmente i reticoli di potere e collaborando alla produzione di nuovi immaginari; delle strategie di branding places; del rapporto tra ieri e oggi tra moda, cinema e identità degli altri; della trasformazione dei luoghi del decentramento produttivo in città tematiche come Canton, che da capoluogo della regione del Guangdong, nella Cina sud orientale, diviene la “capitale mondiale delle bambole e dei giocattoli” (Gulliver, n.12, 2004), passando dal monopolio nell’ambito della produzione ad essere essa stessa scenario techno-ludico, paesaggio raccontato e immenso videogame; dell’implosione di città della moda in tutte le capitali del mondo, che funzionano come territori autonomi e densamente popolati e visibili 24 ore su 24; della costruzione dei microcosmi turistici e della popolazione ad hoc per abitarli.

Queens, United States. Photo: Josh Appel.

Si tratta di capire come la produzione multimediale e il consumo permettano di riprogettare l’identità nel suo senso più esteso – persone, luoghi, territori, nazioni, città, centri del consumo, brand – rendendola un costrutto artificiale, infedele a origini, tradizioni e manipolabile; come a parlare siano entità sempre più immateriali, virtuali e pubblicitarie che sottraggono e accentuano il peso del corpo e della terra, creando paesaggi di opinioni e posizioni che seguendo un percorso circolare e chiuso, si immettono nel transito dell’infosfera comunicazionale. Tutto ciò ci pone di fronte all’interrogativo sul senso del costruire e sulla possibilità di abbracciare l’habitus della ricombinazione e che ogni singola persona, artefatto o luogo è un soggetto comunicativo collettivo e connettivo: non più di proprietà ma contraddistinto dall’accessibilità. Questa osservazione permette di porre in relazione luoghi e persone, ancor meglio quando si tratta di personaggi mediatici, poiché la modalità attraverso la quale si interviene su di essi è in qualità di territori dell’immaginario. Per questo motivo la debolezza ne contraddistingue l’estrema versatilità rappresentativa e performativa, a tal punto che chiunque può progettarne l’identità per intero o per frammenti.

San Francisco, United States. Photo: Eduardo Santos.

Nel caso specifico dei territori si è più volte ricordato come nella loro costituzione e cambiamento, il viaggio, per terra, mare, multimediale o turistico abbia avuto un ruolo centrale. Tanto che oggi il termine geografia, non più coincidente con la cartografia moderna e le sue suddivisioni, viene declinato al plurale: da quelle reticolari che connettono nonluoghi (microcosmi, concept store, città a tema, centri commerciali, hotel e villaggi di marca o della moda), a quelle emozionali che interessano persone o gruppi, a quelle migrate delle diaspore. Geografie che oserei definire, in virtù della convergenza di consumo, comunicazione, cultura e moda: geografie della moda, non solo perché la moda nella sua veste tentacolare si interfaccia con tutto, ma anche perché in stretta correlazione con la modernità, definisce gli orizzonti del suo cambiamento e temporalità. Intesa nell’accezione di fashion&brand design e living in transit permette di intendere la natura effimera che sta alla base del disegno di ogni paesaggio, di ogni operazione di keyword-code remix, di attribuzione di valori, voga e obsolescenza.

Lisbon, Portugal. Photo: Alex Paganelli.

La moda rappresenta, anticipa, introietta e restituisce concetti e modi della cultura e li rende mode, riflettendo sulle ambivalenze e complessità di una società in continua trasformazione e di cui pure detta le forme, ponendo in relazione le diverse posizioni, modi di sentire e poteri che giocano il contemporaneo e il passato. Medium essa stessa si avvale di altri media per parlare e parlarsi, intrecciando linguaggi e metodi della composizione: spaziando dal cinema alla musica, dalla danza all’arte, dalla pubblicità ai videoclip, dall’architettura a internet, alla tv, alle riviste, ai mondi virtuali, ai luoghi del consumo e del turismo, alla letteratura, alle guide, ai corpi stessi. Il suo territorio è esorbitante e non può essere mappato per intero, da cui la possibilità di parlarne solo per esempi e frammenti di geografie e biografie culturali diasporiche e antropofagiche.

 

Saggio tratto da Extended Mind. Viaggio, comunicazione, moda, città, a cura di Carlotta Petracci, anno 2006.